Radici (dagli albori agli anni '60)
Ruffini proviene da una civiltà contadina che si è riprodotta sostanzialmente identica da secoli, priva della percezione della progressione storica, radicata a una terra cui ha dato forma, e che coi suoi cicli produttivi concedeva una risicata sopravvivenza. Il paesaggio della prima parte della sua vita è fatto di strade e viottoli tracciati dalle ruote dei carri, campi modellati da un lavoro secolare, con scoli e fossi per lo scorrimento delle acque, ritmo del lavoro governato dall’avvicendarsi delle stagioni, vita nelle corti, case povere tenute linde dalla cura delle donne, ruoli precisi per tutti, dai bambini agli anziani, feste e riti sotto la legge indiscutibile del succedersi della vita e della morte.
Nonostante l’evoluzione artistica e tematica che caratterizza Ruffini come individuato da Dario Trento, egli rimane anche un pittore commerciale lavorando anche su commissione nonché riproponendo temi differenti senza continuità di fase.
E al di là di quello che la critica ha estrapolato, la poetica artistica di Ruffini rimane democratica, questa idea artistica è spiegata molto bene dalle parole di Cesare Zavattini a proposito del premio Suzzara, vinto nel 1952 da Ruffini stesso:”questo premio che Dino Villani ha inventato e che i suzzaresi faranno prosperare tra le loro braccia generose è il più bel premio del mondo, concreto, allegro, pieno di speranza. Verrà un giorno, infatti, in cui ogni uomo avrà un quadro o una statua nella sua casa, perché sarà scomparsa la paura che divide dall’arte i poveri, i contadini, gli umili.”
La storia di Ruffini parte da qui, dalla necessità di dar voce a tanti piccoli episodi di epica popolare che sin da piccolo facevano parte del suo paesaggio quotidiano, frammenti colti in presa diretta e affidati alla forza descrittiva della sua matita. Nasce in forma dialettale, sostanzialmente autodidatta, per poi agganciarsi alla tradizione pittorica locale grazie agli insegnamenti raccolti nella piccola scuola d’arte di Luigi Varoli a Cotignola, e successivamente inserirsi in quel ribollire di esperienze neorealiste che in quel periodo erano il segno più vitale dell’arte italiana, almeno fino alla metà degli anni Cinquanta.
Ma Ruffini è artista che mal si presta ad essere collocato dentro un movimento artistico piuttosto che un altro, ed anche ammesso che in quel momento potesse davvero essere classificato come un pittore realista presto decide di smarcarsi, affrontando con gli anni Sessanta i sussulti di un continuo tentativo di rimanere a suo modo agganciato agli orientamenti più attuali dell’arte italiana. Un tragitto fatto di ripensamenti, tentativi, innamoramenti contingenti, tentazioni ed abbandoni, senza una vera e propria intenzione programmatica. Del resto lo ammetteva lo stesso Ruffini: “Capisco le cose che faccio dopo che le ho fatte, e non sempre”.
Eppure in questo zigzagare tra periodi e cicli a volte così diversi tra loro sono molti gli autori che hanno riconosciuto all’artista una coerenza che non è mai venuta meno, un “filo rosso” che ha sempre accompagnato e dato senso all’intera sua opera che già nel 1968 Raffaele De Grada aveva individuato come il motore più intimo della parabola ruffiniana della fine della società contadina: il venir meno del “senso della giustizia”.
È solo con l’aprirsi degli anni Cinquanta che l’opera di Ruffini emerge dalla penombra del periodo del suo apprendistato (di cui poco è rimasto per la verità, tra cui un paio di pregevoli autoritratti) per offrirsi ai nostri occhi con la sicurezza di un’opera già in qualche modo matura. Altra immagine familiare su cui l’artista torna insistentemente è quella della nonna, che ritrae, questa volta sì, in diverse occasioni. Da queste opere come dalle coeve nature morte si capisce come l’artista abbia elaborato un orizzonte figurativo fatto di soggetti essenzialmente caserecci, in sintonia con gli orientamenti e le indicazioni ricevute a scuola da Varoli e in linea con le tendenze più tradizionali dell’arte romagnola.
La sua è una narrazione che scorre lenta, ancora dominata dai rassicuranti codici ottocenteschi dell’aderenza alla realtà, anche se già da questi primi lavori si coglie una certa volontà di smarcarsi dagli insegnamenti del maestro, andando a ricercare qua e là altri esempi cui guardare per forzare un po’ il richiamo naturalistico. Osservando alcune opere in controluce, come ad esempio La vecchia seduta (La nonna) del 1950, si è parlato anche di echi dello studio di Cézanne o della sintassi cubista, ravvisabili soprattutto nella propensione a sfaccettare le campiture di colore e all’uso di una tavolozza dai marcati valori timbrici. Certamente il suo approccio alle manifestazioni della realtà, caratterizzato da un’iconografia di stampo ancora ottocentesco, appare venato da una visione filtrata e accesa dalla sua interiorità e per questo si è voluto intravedere un sottile afflato espressionista.
Al Catalogo ragionato, suddiviso in 4 capitoli, si affianca il Catalogo generale, che contempla pressoché tutte le opere di Giulio Ruffini (suddivise per temi ordinate in ordine cronologico).