I premi

La memorabile stagione dei concorsi d'arte

A cura di Paolo Trioschi.

Articolo pubblicato sul n. 163 de “Il Romagnolo” (aprile 2016)

Ancora pochi giorni di vita e avrebbe visto realizzato il suo ultimo sogno. Quel sogno in forma di libro, al quale stava lavorando da mesi, da lui tutto pensato e tutto disegnato. Oggi quel libro, stampato solo qualche tempo dopo settembre dell’anno 2011, data della scomparsa di Giulio Ruffini, è come un piccolo scrigno di memorie figurate, nel quale ogni “segno” rimanda a un tratto preciso del suo lungo e avvincente percorso creativo. Si può ritornare, ad esempio, a un momento particolare della vita artistica del maestro e della vicenda figurativa italiana, che oggi viene comunemente definita la “stagione dei premi”. Si potrebbe anzi dire che per Giulio Ruffini quella dei concorsi d’arte sia stata la migliore scuola dopo quella di “Arti e Mestieri” diretta da Luigi Varoli.

Se al giovane Ruffini ha certamente giovato la lezione di “buona pittura” impartita dal maestro di Cotignola, non meno importanti sono stati poi gli incontri, le conoscenze, i dialoghi, i confronti con altri artisti non solamente di ambito romagnolo, attratti anch’essi dai “premi” di pittura promossi in diverse realtà dell’area regionale e nazionale. È stata una storia importante quella dei concorsi di pittura dopo il ’45, in un tempo così problematico anche per il mondo dell’arte, diviso fra grandi correnti: quelle figurative e quelle astrattiste. Di questa memorabile “stagione” se ne deve la riscoperta in larga parte grazie agli importanti studi condotti da Orlando Piraccini nell’ambito delle attività di ricerca dell’Istituto regionale per i beni culturali.

Ha scritto Ezio Raimondi che essa «fa da contesto necessario a questo sorprendente capitolo di storia della cultura e del gusto, inserendovi una rete mai provinciale di rapporti e di esperienze e infittendo il dialogo animatissimo fra gli artisti della parola e quelli dell’immagine».

De Chirico in giuria

È lunghissimo l’elenco delle presenze di Ruffini alle rassegne d’arte correlate ai concorsi. Già sul finire degli anni ’40, quando giungono al pittore i primi significativi riconoscimenti: come quel primo premio “Città di Ravenna” ottenuto alla “Mostra Sindacale Provinciale d’Arte” di Ravenna del 1947. Da quel momento, i successi sono parecchi e di grande levatura.

Da sottolineare l’anno 1951, importantissimo, decisivo, con il conseguimento del primo premio nel prestigioso concorso nazionale di disegno “Premio Diomira” nella città di Milano e il Premio Ministero dell’Agricoltura al concorso “Frutta nell’Arte” di Massalombarda. Quell’anno Ruffini vince anche il Premio Nazionale Confindustria a Roma, con la splendida “Cavasabbia a Mezzano”, selezionata tra le 364 opere pittoriche in gara, mentre si classifica terzo nella sezione disegno. Un successo forse meno noto di altri, ma di grande valore, che gli vale la somma di ben 125.000 lire complessive e l’encomio di una giuria particolarmente qualificata, con membri molto conosciuti come Giorgio de Chirico e Virgilio Guzzi.

Il concorso, una piccola istituzione nel mondo dell’arte del tempo, è riservato “a tutti i dipendenti del settore industria” e Ruffini figura tra loro, in qualità di elettricista presso lo zuccherificio Eridania di Mezzano fino alla fine del 1950. L’anno seguente, allo stesso concorso, un nuovo terzo premio, ma soprattutto il massimo riconoscimento in una delle più qualificate manifestazioni d’arte a livello nazionale per i temi sociali e del lavoro, il “Premio Suzzara”. Ruffini vi si presenta con l’opera intitolata “Pietà per il bracciante ucciso”.

Il quadro con cui Ruffini ha vinto il puledro in palio nel Premio Suzzara del 1952.

Il dipinto, di forte impatto drammatico ma non retorico e non convenzionale, lo consacra tra gli artisti di “Realismo”, il movimento capeggiato da Guttuso e legato alla sinistra storica italiana, proprio mentre nella vicina Cesena si va imponendo un eccellente cenacolo neorealista, composto da Luciano Caldari, Giovanni Cappelli, Alberto Sughi e dal più giovane Osvaldo Piraccini.

L’impegno sociale

Davvero particolare la storia del “Premio Suzzara”, che a partire dal 1948 diventa il grande palcoscenico della pittura d’impegno sociale. È proprio un maestro degli slogan pubblicitari come Dino Villani a coniarne la formula: «Un vitello per un quadro non abbassa il quadro, innalza il vitello». L’originalità del concorso consiste infatti nella modalità di attribuzione dei premi “in natura”, ovvero con prodotti dell’agricoltura e dell’industria. Vitelli, puledri, salumi: questo ed altro viene riservato agli artisti vincitori del “premio”, ideato nel dopoguerra dal sindaco del paese padano Tebe Mignoni, da Cesare Zavattini (il grande ZA) e dallo stesso Dino Villani, inventore tra l’altro del Concorso di Miss Italia.

L’obiettivo degli organizzatori è duplice: mettere in contatto i maestri del pennello con la realtà produttiva del Paese e avvicinare contadini, operai, allevatori alla torre d’avorio dell’arte. In realtà, al di là degli aspetti folkloristici, l’iniziativa, che vede la partecipazione di artisti di livello internazionale, come Renato Guttuso (con lui nella foto in basso) e Giulio Turcato, è ambiziosa e forte dell’idea di un’arte accessibile a tutti, che parla di temi attuali legati al lavoro e alle tematiche sociali.

Nel 1953, Giulio Ruffini vince il primo premio alla “Biennale Romagnola” di Imola e l’anno seguente, dopo nuovi segnali di stima e considerazione da parte di Renato Guttuso, approda alla “madre di tutte le mostre”, la Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. Alla XXVII edizione l’artista mezzanese è presente con tre dipinti (e non due come abitualmente si pensa): “Natura morta con pane”, acquisito in seguito dalla Federazione ravennate delle Cooperative, “Vaso con cestino di foglie” e “Due braccianti che riposano”.

Nel 1955 prende parte alla VII Quadriennale Nazionale d’Arte a Roma e al Primo premio nazionale di pittura “Golfo della Spezia”. Nello stesso anno, è premiato alla “Mostra della Resistenza” di Ferrara con l’opera “Eccidio di partigiani”, oggi conservata presso la locale sede dell’Anpi.

Il tema resistenziale affiora spesso in questo periodo, come nella serie delle “Crocefissioni”, tra i più intensi brani pittorici dell’intera produzione pittorica ruffiniana. Nel 1957, intanto, Ruffini inizia l’attività di insegnante al Liceo Artistico di Ravenna, mentre sulla solida struttura realista della sua pittura comincia a fare breccia il confronto più diretto con nuovi linguaggi espressivi, come la poetica informale introdotta in Romagna da Mattia Moreni.

Nel 1960 l’artista si ripresenta a Suzzara, ottenendo il secondo premio, un ambito riconoscimento che verrà ancora replicato sette anni più tardi.

Omaggio a Dante

Nel 1965 vince il primo premio con il cartone per mosaico “Omaggio a Dante” in una originale rassegna ravennate voluta da Giovanni Bovini e dal Comune di Ravenna, che si propone di illustrare la Divina Commedia per la prima volta con il mosaico a ricordo dei 700 anni dalla nascita del Poeta.

Ventuno sono i cartoni dipinti di “Dall’Inferno al Paradiso” che vengono esposti nei chiostri di San Vitale, realizzati da pittori di primo piano come Franco Gentilini, Bruno Saetti, Aligi Sassu ed altri ancora, accanto alle opere musive dei più grandi mosaicisti ravennati del tempo. Il cartone di Giulio Ruffini viene interpretato in un bellissimo mosaico di Libera Musiani.

Nel 1967 Ruffini è per la prima volta presente al “Premio Campigna”, la rassegna nazionale di pittura di Santa Sofia, a quel tempo assurta ai vertici della notorietà a livello nazionale per l’alto livello delle commissioni giudicatrici e le qualificate presenze artistiche. C’è Francesco Arcangeli tra i membri della giuria che giudica Ruffini (presente con l’opera intitolata “Il bagno”) meritevole del secondo premio, a pari merito con il pittore Francesco Morello e subito dopo Giovanni Cappelli e Concetto Pozzati.

Da allora Ruffini legherà di frequente il proprio nome a Santa Sofia: nel 1971, nel 1972, nel 1973, quando conquista la medaglia d’oro della Regione Emilia-Romagna con il dipinto “Tavolo con pane e monumento”, oggi conservato a Palazzo Romagnoli di Forlì. Anche dopo la “fine” della formula concorsuale e l’avvio delle grandi rassegne “a tema”, curate da diversi critici di valore.

E proprio nel paese dell’alto Bidente risultano alcune tra le ultime apparizioni pubbliche di Giulio Ruffini: la prima con le sue opere tra le magnifiche “Rose del Campigna” riunite da Orlando Piraccini – assieme a quelle di Moreni, Cappelli, Sughi, Saffaro, Korompay, Borgonzoni, Ruggeri, Vacchi, Guccione. Correva l’estate 2011 a Santa Sofia, l’ultima in vita per Giulio Ruffini. Come scrisse Francesco Arcangeli, “mai arreso, col suo alto talento di grafico e con le sue doti di pittore, a dir l’ultima parola alla propria storia…”.

Realizzato con il contributo della Regione Emilia-Romagna l.r. 2/2022

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